Il percorso professionale di Fabio Clabot attraversa contesti molto diversi tra loro: grandi multinazionali, aziende di medie dimensioni e, infine, l’esperienza imprenditoriale con Small Pixels.
Questa traiettoria gli ha permesso di osservare da vicino come gli spazi di lavoro influenzino concretamente l’organizzazione, la produttività e la qualità complessiva dell’esperienza lavorativa.
Nelle grandi aziende in cui ha lavorato, tra cui Sky, Mediaset e British Telecom, il modello prevalente era quello tipico delle organizzazioni corporate: ampi open space, poche sale riunioni e, in alcuni casi, uffici privati riservati ai dirigenti.
L’obiettivo era chiaro: favorire la comunicazione tra le persone e, allo stesso tempo, ottimizzare i costi. Nella pratica quotidiana, però, questo modello mostrava limiti evidenti.
L’open space, infatti, non è un ambiente neutro. Alcune persone riescono ad adattarsi e a lavorare efficacemente anche in contesti rumorosi; per altre, invece, mantenere concentrazione e continuità diventa più difficile. Questo genera spesso una dinamica ricorrente: per riuscire a svolgere determinate attività, le persone sono costrette a spostarsi continuamente nelle sale riunioni o in spazi improvvisati, che non sempre risultano adeguati.
Inoltre, molte attività richiedono un livello di riservatezza che un open space non è in grado di garantire. Da questo punto di vista, gli uffici privati non rappresentano un privilegio, ma una necessità operativa per alcune funzioni.
Negli ultimi anni questo modello ha continuato a evolversi. In alcune grandi organizzazioni, anche i dirigenti sono stati progressivamente trasferiti in ambienti open space, nel tentativo di ridurre le barriere gerarchiche e aumentare l’accessibilità. Secondo Clabot, tuttavia, questo approccio rischia di trascurare un aspetto fondamentale: alcune attività manageriali richiedono inevitabilmente momenti di concentrazione e privacy che non possono essere completamente eliminati.
Il lavoro da remoto: efficienza senza relazioni
Con la nascita di Small Pixels, il modello di lavoro è cambiato radicalmente.
All’inizio, l’azienda era composta da un piccolo team di quattro persone basato a Firenze, mentre Clabot lavorava da Milano. Per circa un anno tutte le attività sono state gestite da remoto attraverso strumenti digitali come Teams e le videochiamate.
Dal punto di vista operativo, questo modello si è dimostrato efficace. Tuttavia, ha evidenziato rapidamente un limite significativo: l’assenza della dimensione sociale e relazionale.
La collaborazione a distanza funziona per coordinare le attività, ma non riesce a sostituire la qualità delle interazioni in presenza. La possibilità di costruire relazioni, favorire scambi spontanei e sviluppare un senso di appartenenza si riduce sensibilmente.
Questa fase rappresenta un passaggio importante: il lavoro può essere distribuito, ma un’organizzazione non può essere costruita esclusivamente attraverso strumenti digitali.

La scelta di uno spazio fisico: non un ufficio, ma un sistema
Con la crescita dell’azienda è emersa la necessità di individuare uno spazio fisico.
Non come ritorno a un modello tradizionale, ma come scelta consapevole per creare un ambiente coerente con il modo in cui le persone lavorano realmente.
In Small Pixels il lavoro si articola infatti in attività molto diverse tra loro:
- momenti di concentrazione individuale,
- collaborazioni in piccoli gruppi,
- incontri one-to-one,
- sessioni di lavoro condivise
- interazioni con clienti e stakeholder.
Questa varietà rende evidente come un unico spazio non possa supportare efficacemente tutte le attività. È necessario, invece, un sistema composto da ambienti differenti, ciascuno progettato per una specifica modalità di lavoro.
Da qui nasce la decisione di stabilire la sede dell’azienda presso Stella Santa Giulia, uno spazio capace di rispondere a queste esigenze in modo flessibile.
Da un lato è fondamentale disporre di ambienti adeguati al lavoro quotidiano; dall’altro, lo spazio deve anche svolgere una funzione rappresentativa, soprattutto nei momenti di incontro con clienti, partner e stakeholder.
Come le persone utilizzano realmente lo spazio
Quando si opera all’interno di un ambiente flessibile emerge un comportamento interessante: le persone iniziano a utilizzare gli spazi in modo diverso a seconda dell’attività che devono svolgere.
Per esempio:
- Il lavoro che richiede elevata concentrazione viene svolto negli ambienti più tranquilli.
- Le sessioni di brainstorming si spostano verso aree informali, come lounge e spazi condivisi.
- Le telefonate trovano posto in cabine acusticamente isolate,
- mentre le attività creative si sviluppano spesso in contesti più rilassati e meno strutturati.
Anche le pause assumono un significato diverso. Momenti come un caffè o una conversazione informale non rappresentano semplicemente un’interruzione del lavoro, ma diventano occasioni di confronto da cui possono nascere idee, intuizioni e soluzioni.
Un elemento ricorrente è il movimento. Camminare, cambiare ambiente e allontanarsi temporaneamente dalla propria postazione contribuisce a stimolare il pensiero e la creatività. Queste dinamiche trovano conferma anche nelle neuroscienze, che evidenziano il ruolo della luce naturale e degli stimoli ambientali nel favorire le performance cognitive.
I limiti del lavoro da casa
Nel confronto tra lavoro in presenza e lavoro da remoto, Clabot esprime una preferenza personale piuttosto chiara.
Lavorare da casa tende infatti a rendere più sfumato il confine tra vita privata e attività professionale, rendendo più difficile separare le due dimensioni. La presenza della famiglia e le dinamiche dell’ambiente domestico possono ridurre la capacità di concentrazione e indebolire i confini mentali tra lavoro e tempo personale.
Al contrario, recarsi fisicamente in un luogo dedicato al lavoro aiuta ad attivare una diversa disposizione mentale, favorendo attenzione, intenzionalità e coinvolgimento.
Pur riconoscendo che le preferenze possono variare da persona a persona, questa osservazione mette in luce un aspetto importante: lo spazio fisico non svolge soltanto una funzione operativa, ma anche una funzione psicologica.
Workspace e talenti: una leva di attrazione e fidelizzazione
In Small Pixels, la qualità dello spazio di lavoro è strettamente collegata alla qualità dei talenti che l’azienda desidera attrarre.
L’organizzazione opera infatti con profili altamente specializzati, spesso difficili da reperire sul mercato, come professionisti del settore video e figure orientate alla ricerca con percorsi accademici avanzati.
In questo contesto, il workspace diventa un elemento rilevante nel processo decisionale di chi valuta l’ingresso in azienda.
Ambienti poco curati, scarsamente illuminati o privi di qualità non incentivano la presenza; al contrario, generano spesso il desiderio di lasciare l’ufficio il prima possibile. Spazi progettati con attenzione, dotati di luce naturale, aree accoglienti e condizioni di lavoro adeguate, contribuiscono invece a rendere l’esperienza lavorativa più sostenibile e piacevole.
Un esempio concreto riguarda una persona del team marketing che ha scelto di entrare in azienda anche grazie all’esperienza vissuta durante il processo di selezione e alla qualità degli spazi visitati.
Questo non significa che il workspace sia l’unico fattore determinante nella fidelizzazione dei talenti, ma rappresenta certamente un elemento importante all’interno di un sistema più ampio. In particolare, contribuisce a creare senso di comunità, favorendo relazioni, scambi e possibili collaborazioni con altre organizzazioni presenti nello stesso ecosistema.
Conclusioni
L’esperienza di Fabio Clabot evidenzia una considerazione ormai centrale nel dibattito sul futuro del lavoro:
lo spazio di lavoro non è più un contenitore passivo, ma una componente attiva dell’organizzazione.
La questione non è più scegliere tra open space, uffici privati o lavoro da remoto. La vera sfida consiste nel progettare un sistema coerente di ambienti che supporti le diverse modalità di lavoro, favorendo concentrazione, collaborazione, relazioni e rappresentanza. In questa prospettiva, il valore del workspace non risiede nella sua configurazione formale, ma nella sua capacità di adattarsi alle esigenze delle persone e di contribuire concretamente alle performance organizzative.